IL FARO DI DIO

IL FARO DI DIO

Vittorio Vertone

L’arte che si fa complemento d’arredo urbano e supplemento di architettura del paesaggio. Radente a queste due coordinate estetiche – a Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento – un artista lucano, Vittorio Vertone, si è cimentato nella realizzazione di una installazione, di grandi dimensioni, che ricorda o una stele, o un obelisco o una piramide. Si tratta di un’opera che non è stata eseguita né in marmo, né in pietra, come accade di solito per questo tipo di lavori, ma con un legno marino (impiegato nell’artigianato nautico): di pino russo-massello, nodoso e resistente alle intemperie. Per il tipo di materiale adoperato questo “lavoro tridimensionale” non è da ritenere un monolite (dal latino “monòlithus” e dal greco “monòlytos”: composto da “mono” [uno] e “lithos” [pietra]). Semmai si tratta, invece, di una installazione, dai tratti postmoderni (tendente ad una pluralità d’infiniti linguaggi tecnici) che indaga il «misterioso rapporto dell’uomo con lo spazio» così come asseriva il filosofo tedesco, Martin Heidegger (1889-1976) che non mancò mai di credere sul «continuo indagare» della realtà, da parte degli artisti. Anche il pittore neoclassico-francese, Théodore Géricault (1791-1824) affermava lo stesso principio, riguardo alla capacità del pittore e dello scultore di captare quanto sta intorno a lui, per stabilire dei nuovi rapporti tra la “corrispondenza” e la “rappresentazione” della realtà.

I cinque blocchi che fanno parte della “placca unica-oblunga” (creata da Vittorio Vertone) sono montati, uno sull’altro, a formare una sorta di “cippo di confine” disposto su un incrocio, tra due strade: una che va verso Palma di Montechiaro e l’altra che va verso la frazione di Caprile. Sarebbe riduttivo definire un obelisco quest’opera di Vittorio Vertone. Essa è qualcosa di ben più complesso. Si tratta di un “prodotto artistico” lungo e stretto, simile a uno “spiedo rastremato” (dal greco “obelos”) che culmina con una punta chiamata “pyramidion”. Immaginando qualcosa di simile, pensiamo all’Obelisco Lateranense (situato in piazza San Giovanni in Laterano, a Roma) che raggiunge l’altezza di 32 metri e 18centimetri. All’incirca il doppio della “installazione piramidale” di Vittorio Vertone che raggiunge i 15 metri. L’effetto di quest’opera di Vittorio Vertone è quello di una “lingua di fuoco” (dal greco antico “pyramis”): con la fiamma che si allunga verso il cielo. Si tratta, dunque, di una piramide a tutti gli effetti. È questa una “sagoma archetipica” che si ritrova in molti “modelli semantici” della Mesopotamia, dell’antico Egitto e della Mesoamerica (America centrale). Nelle culture arcaiche di questi Paesi le piramidi rappresentavano un “luogo arcano predisposto per la salita”. Esse rappresentavano una sorta di “scala

ascendente” per stabilire un contatto ideale con il Divino. E su questo aspetto punta, pure, l’installazione di Vittorio Vertone che non a caso è stata, da lui, intitolata: “il Faro di Dio”.

L’elemento che fa la differenza con la piramide classica è proprio questo. L’opera tridimensionale, pensata e realizzata da questo artista lucano, più che simboleggiare l’ascesa dell’anima verso Dio [come nel caso dell’esperienza mistica della “Salita del Monte Carmelo” compiuta dal presbitero spagnolo, Giovanni della Croce (1542-1591)] rappresenta, invece, la Luce della Rivelazione Divina, assunta a simbolo della sistematica presenza di Dio nella storia, attraverso i Suoi Messaggeri. Nella Fede, questa Luce, viene rappresentata con l’immagine di un Faro che illumina l’umanità. L’opera di Vittorio Vertone corre sul filo di questa interpretazione mistica. Prova ne è che nelle sere di Palma di Montechiaro essa illumina lo spazio circostante. Questo si deve al tipo di “pigmenti fluorescenti-sintetici” che l’artista ha utilizzato per tinteggiare l’opera. Ed in virtù, anche, dei sei “riflettori a Led” (con luce ultravioletta) disposti, tutt’intorno, in maniera tale da rispecchiarsi sui quaranta “pannelli compattati”: divisi in cinque “strisce orizzontali”.

Ognuna di queste “bande cromatiche” ha una tinta diversa. Si parte, in basso, con il fucsia che nel linguaggio esoterico simboleggia il passaggio da uno “stadio di coscienza” (n.d.r.: condizione dell’anima) ad un “campo di consapevolezza” (n.d.r.: dimensione dello spirito) superiore a quello che lo ha preceduto. Segue l’azzurro-cielo: simbolo di trascendenza, spiritualità, idealismo e creatività. Centralmente c’è un giallo inusuale, tendente al “verde pera”. Tecnicamente lo si potrebbe definire un colore a metà tra il giallo Chartreuse e la tinta Lime. Vittorio Vertone definisce questa “sfumatura cromatica” un “giallo astrale”. Si tratta di un colore che nelle tradizioni orientali è abbinato al “terzo chakra” dei centri energetici del corpo: quello che è connesso alla realizzazione dei desideri. E che sovrintende al controllo della mente e dei sensi. Esso è simbolo della luce del sole e dell’energia fisica e psichica. Nell’ascesa, in verticale, delle tinte si ripete, poi,una “banda orizzontale” di colore azzurro-cielo. Ed un’altra, a seguire, di colorazione fucsia. La piramide termina con un puntale in lamiera di zinco inossidabile, verniciata con una tinta oro. Nella tradizione mistica – tanto d’Oriente, quanto d’Occidente – questo “colore aureo” rappresenta un “connubio semantico” tra l’espressione allegorica di Dio e la rivelazione metaforica delle Manifestazioni Divine. Nell’idea di tutto questo, Vittorio Vertone si è mosso nell’ “area semantica” di quei simboli che si sono stratificati nel “genius loci” (immateriale) della memoria collettiva, dei luoghi che li ha generati. In questo caso la Sicilia. Ed in

particolare Agrigento: patria di Empedocle (vissuto nel 5o sec. a. C.) che – nelle parole di Bahá’u’lláh – fu «esimio filosofo» la cui morte è avvolta nel mistero di una leggenda che narra che si sia gettato nella bocca del cratere centrale dell’Etna.

Come ogni buona installazione e come ogni scultura che si rispetti, anche l’opera di Vittorio Vertone ha avuto un suo disegno preparatorio. L’artista ha realizzato uno schizzo preliminare fatto di pochi segni grafici: in chiaro-scuro e a colori. Il “prototipo ornato” è stato poi affidato, per la sua realizzazione plastica, alle maestranze locali: che hanno operato con grande professionalità per installare i pannelli e per ancorare al suolo una struttura che raggiunge l’altezza, ragguardevole, di circa sei piani abitativi. Per assicurare la stabilità dell’installazione la struttura è stata fermata, prima, su una base di cemento armato. Successivamente sono state fissate tre funi, trasversali, d’acciaio inossidabile, ancorate al suolo. La realizzazione dell’installazione di Vittorio Vertone è avvenuta durante la “Biennale d’Arte Contemporanea del Gattopardo” di Palma di Montechiaro (23 aprile – 8 maggio 2022). Alla manifestazione hanno preso parte quattro artisti lucani: per il figurativo: Maria Ditaranto e Pasquale Palese; per l’astratto: Dino Ventura e per l’informale, lo stesso, Vittorio Vertone: che ha realizzato, pure, un master sulla sua “Officina del Rapidismo” pittorico di Pietragalla. L’Amministrazione comunale palmese (sindaco Stefano Castellino) ha affidato la direzione artistica dell’evento a Michele Citro: curatore d’arte salernitano. Il tema scelto per questa prima edizione della Biennale del paese siciliano è stato:“Homodeus. Il dilemma dell’UomoDio”. Le opere degli artisti sono state esposte negli spazi del “Palazzo Ducale del Gattopardo”: segno architettonico, inconfondibile, della presenza passata, in paese, di questa antica e nobile famiglia di cardinali, santi e scrittori.

Rino Cardone.

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