Conserva Maria

Conserva Maria

C’è un’idea di fondo grandiosa e monumentale nelle tele dell’artista Maria Conserva, qualcosa di più grande e che il quadro trattiene a stento. Una sua idea di corpo umano che non è quella realistica, di quel che tutti possiamo vedere, ma è proprio quello che invece l’artista vede: corpi che manifestano negli arti allungati e nelle loro posture i dubbi della mente, le costrizioni o le liberazioni dell’ambiente, a seconda delle motivazioni e del potere che hanno dentro e che li fa muovere nel circostante. A differenza di molti artisti che amano infarcire di simboli le loro opere, in una superfetazione di intenti, nei quadri di Maria Conserva possiamo affermare che la sua stessa pittura sia densa di simboli nascosti bene tra una pennellata e una sfumatura di colore.

La sua visione è personale, e ben si ravvede anche nelle cose dipinte, quelle inanimate, che sono frutti e verdure dotati di una valenza alchemica, che affascina perché quello che sembra non è e questo aleggia sulle sue opere, in modo schietto, seppur difficile è arrivare a spiegarne il perché. C’è una amalgama felice appunto tra forma e colore che ci trasmette questo senso di mistero, di quel di più capace di rendere ogni soggetto un oggetto misterioso e dai poteri occulti che ci affascinano. C’è un senso arcaico che arriva da lontano nelle opere di Maria Conserva, qualcosa che ci dice che quello che ha visto e messo su tela era già lì, come una presenza ancestrale che può più di noi, fissa nel tempo ad osservarci e ad intervenire a piacimento. Qualche elemento, comunque amalgamato agli altri, potrebbe far pensare a un primitivismo di fondo, sempre però controllato perché volutamente inserito. E anche quando Conserva inserisce il titolo dell’opera scrivendolo dentro alla stessa, c’è magnificazione del senso del tutto e il lettering manuale è perfettamente inserito nella composizione ad aggravarne il senso drammatico.

Maria Conserva è pittrice dal gesto soffuso che sa cogliere la dimensione maggiore che tutti ci sovrasta anche quando raffigura le piccole cose semplici, vedendo oltre la forma e la funzione.

VITTORIO SGARBI


Ci sono delle persone che non so definire, sono estranee a ogni catalogazione e straniere in ogni luogo, spazio e situazione. Mai uguali alla massa, mai uniformi al gregge e quando si immergono nel mare del pensiero comune, spontaneamente, fanno evidenziare il contrasto, il confronto e nulla può rimaner com’era dopo il loro passare. È così che mi piace premettere il fare arte di Maria Conserva. Figlia della magnifica terra di Puglia è cresciuta nella cultura fatata che sa di Grecia che profuma d’oriente. Ha vissuto e vive la schiettezza antica di chi conosce la sacralità dell’accoglienza tipica della gente di mare, ha vissuto e poetato il sacrificio, nel suo senso etimologico, di chi conosce il nutrirsi dei tempi e del tempo della mater terrae. È in questo universo che la filosofia estetica di Maria Conserva si genera e sviluppa. Di lei ho conosciuto prima le opere e poi l’artista. Eravamo nel marasma di una strana mostra, senza tema e con molta, troppa, confusione, mentre lei, sorridente e sola fra tanta, troppa folla, si muoveva come un pesce in acque sconosciute. Era una situazione strana, come un’orchestra prima che inizi il concerto, in attesa che salga il direttore sul podio per dirigere e armonizzare il frastuono degli strumenti, come il Caos prima che sia trasmutato in Cosmo, prima che il direttore dia il LA. In quella mostra collettiva il direttore, in effetti, non si curò di accordare i suoni, né di armonizzare il Caos per farlo divenire Cosmo, come scrisse Esiodo quando la dea Era prese la scintilla da Eros per tramutare il Caos nella summa Bellezza. Il direttore arrivò, fece la sua comparsa sul proscenio, salì sul podio, fece prima le foto di rito, poi i complimenti a Maria Conserva, chiese delle sue opere più che ad altri e poi se ne andò. In quell’evento ogni strumentale, ogni pittore, ogni scultore seguiva la sua tonalità, senza armonia se non quella propria, come un’isola in mezzo a tanto mare.

Così ho conosciuto Maria Conserva, una giovane donna, una donna adulta che non ha dimenticato lo spirito vibrante della gioventù, e non ha smesso di pensar col cuore, di alimentare ogni giorno la ragione dei sentimenti. Sorrideva in silenzio e lo spazio intorno della sua presenza risentiva. Le sue poesie i suoi testi e i suoi dipinti rivelano il suo talento, la suagenialità, il suo coraggio. Una donna senza tempo, ma con i segni dei tempi, l’accento velato dai toni del sud, lo sguardo vivido e intenso di chi sa bene il significato del termine sacrificio perché l’ha appreso nel fare arte che l’ha impegnata da subito, e poi mentre frequentava scuola. Ha imparato il senso del sacrificio col vivere la vita di bimba, di ragazza e di donna che si è misurata con lo studio della letteratura e delle scienze dell’educazione, della pedagogia. Manon fu e non è stato solo studio, in lei la pedagogia è analisi dell’educazione e la formazione della persona nel suo intero ciclo di vita. Lei è come un’astronoma che guarda nelle galassie e dall’universo (trascendente) riporta sulla terra (immanente) ciò che solo gli Artisti che sono sanno amare, cercare, trovare e riportare. Con lei il sacrificio diventa azione concreta; l’etimologia di questo termine, riconducibile alla fusione dell’aggettivo “sacer” con il verbo “facio”, letteralmente “rendere sacro” ciò che si fa, ciò che si compie. In Maria Conserva questo si nota nell’impegno, nella sua infaticabile volontà nel riuscire, nelsuo percepire l’impercepibile, nel suo guardare oltre e altrove, dove tutti vedono soltanto la mera immanenza, nella sua speranza e sicurezza di guardare oltre ogni confine, perché chi si sacrifica non si deprime, né si rattrista, né dona inutili malumori; chi compie sacrifici conosce piuttosto la condivisione e la comprensione, sapendo percepire, dunque, un senso di sacralità da ciò che scaturisce dal proprio impegno. Lei è tra quelle rare donne che sa fare in modo e maniera che nei tempi della vita si possa lasciare un segno che duri oltre il tempo finito della materia e diventi infinito e immortale, come ogni opera d’arte. Questa credo che sia l’essenza che permette di conoscere il fare arte di questa straordinaria artista.

Laureata in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Lecce, ha continuato la sua ricerca negli ambiti del linguaggio e delle problematiche linguistiche. Notevoli sono le sue pubblicazioni in ambito editoriale ed accademico, le quali hanno esplicato importanti riflessioni sulla comunicazione e di questa i contrasti, i disturbi, ma anche le relazioni, i confronti e i metodi di superamento dei disagi. La sua formazione culturale specifica, le sue competenze acquisite in ambito didattico – educativo le hanno permesso di armonizzare le sue conoscenze nell’universo artistico, maturando fin dall’adolescenza una consapevolezza sulla figurazione che diviene ponte tra la razionalità, la materia e l’assoluto, il trascendente che nell’immanente mostra la sua scintilla e la sua presenza. Fondamentali sono stati gli anni in cui ha studiato la Didattica Generale annuale nel 1998 presso la facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari; nello stesso anno, ha conseguito la laurea in Cromo – didattica e questo ciclo di studi le ha aperto mente e cuore approfondendo l’esperienza in nuovi contesti di sperimentazione  sulla  luce, colori,  le  tonalità,  il simbolo. Tutto questo ha sollecitato la conoscenza del sé attraverso una riflessione che conduce alla contemplazione delle immagini piuttosto che al giudizio di esse. La sua sete di canoscenza l’ha portata ad approfondire nel 1999 un progetto educativo che si esplica in una comunicazione che sia espressione di una interazione fra soggetti appartenenti a diverse culture. Questi studi hanno formato la sua espressività poetico – letteraria e pittorica, oserei dire che il suo percorso di studi ha fatto in modo che l’ispirazione divenisse sempre più il suo modus vivendi, la sua guida, la sua aurea. È come se lei avesse armonizzato in maniera mirabile gli aspetti specifici della formazione didattico- accademica con quelli della espressività poetica.

È così che si spiega il suo completamento avvenuto nel periodo post accademico con la laura nel 2001 in Comunicazione Educativa e Didattica, la laurea in Bioetica nel 2003 e in ultimo la specializzazione per insegnanti di sostegno nell’ordine della Scuola elementare. È così che lei si apre ad un dipingere e ad un fare arte che è unione tra logos e iconologia. Maria conserva è, grazie a questo suo vissuto, una donna senza tempo che mostra i segni delle stagioni che la vita incide sulla pelle dei viventi. Ha l’accento pugliese e il piglio affascinate, austero delledonne che hanno vissuto il vento della terra e del mare, lo sguardo vivido e intenso di chi sa bene il significato del termine sacrificio perché l’ha appreso e condiviso con il suo consorte Giuseppe Colucci, eccelso artista che ha fatto della fotografia una ricerca straordinaria sulfemminile, unendo forma, colore, tonalità ed effetti cromatici. Ma è necessaria una prima riflessione per capire l’essenza della filosofia estetica di questa mirabile donna; l’artista, dasempre, è colui che dà visibilità all’invisibile, anche a quei desideri da tener celati, daquell’impulsi e linguaggi dell’animo che non trovano spiegazioni, né descrizione nelle parole, nei ragionamenti, come si può in effetti dar definizione al sentire del cuore? È questo cheMaria Conserva ha maturato negli studi alla prestigiosa università di Bari. L’artista da sempreè una sorta di radio che riceve sia da spiriti benevoli che da quelli maligni e si mette come a disposizione di ispirazioni che appartengono alla invenzione, al trascendente e all’irrazionale, atutto ciò che l’uomo comune può vivere solo nella fantasia. Gli antichi pensavano che fossero le muse ad ispirar tutti gli artisti, dai poeti agli attori, finanche ai musicisti e ai pittori. In epoca rinascimentale e fino al neoclassicismo si pensò che non fossero le muse, bensì angeli o demoni che venivano ad ispirare e a condurre cuore, mente e mano dell’artista.Angeli e demoni, figure di luci tetre, entità luminose opposte a quelle tenebrose, mentre l’artista all’una o all’altra sceglie di dar servigio.

Ricordo disegni che vedevano rappresentati Beethoven circondato da demoni musicisti che gli correggevano gli spartiti e un Niccolò Paganini, raffigurato con un demonio dietro alle spalle, che sussurrava all’orecchio la musica da eseguire. D’altra parte, parafrasando una parte di una lettera che Vincent Van Gogh scrisse a suo fratello Theo, potremmo dire che l’artista è tale se riesce a carpire l’ineffabile e a dar forma a ciò che forma e figura non può avere, una sorta dicreatura che ha ricevuto più di altri la mistica scintilla del creatore e non può che viver male su questa terra, che poco sa del paradisiaco luogo da cui è pervenuta. lo ho speranza che Dio abbia degli artisti più pietà che per ogni altro uomo oppure che consideri Artista ogni uomo. Lei ha maturato in sé la consapevolezza di aver questa rara percezione, rendendo visibile l’invisibile, è quella radio che riceve dallo spirito e per la sua vocazione alla fede Cristiana medita, prega perché ogni sua opera sia messaggio di e per quello spirito che sa d’infinito. È come mettersi a disposizione di ispirazioni che però, nel suo fare arte, non appartengono solo all’invenzione, ma soprattutto al trascendente, all’irrazionale, alla memoria che deriva dallo studio meticoloso di testi antichi e storici, alla ricerca, da quella memoria che è ricordo ancestrale, archetipico. Nelle sue opere tutto ciò si fonde e rivela, ogni sua creazione è racconto, genesi ed apocalisse, apocatastasi. Maria Conserva è come certi personaggi che hanno segnato la storia dell’umanità, il suo percorso ha sentito il flusso di correnti che in questo suo periodo hanno trovato il senso nel mosaico che rappresenta e raffigura il suo vivere la vita. È chiaro che il suo fare arte è anche meditazione su quella creatività pedagogica rilevabile in ogni fanciullo, ciò che si muoveva e muove nella sua mente, nel suo cuore e trasmuta in segno, è la manifestazione di una vocazione che si è mostrata forte, chiara in età matura. Come tutte i bimbi e le bimbe, ha vissuto e curato quella magica consapevolezza che la faceva sentire unica, diversa da molti; una sorta di scintilla che ognunodi noi tiene in serbo nei ricordi più belli.

Ma se prima ho scritto che quest’artista è una vera e propria sciamana, allora non sorprenderà che ogni sua opera è anche un canto un brano poetico che nella figurazione trova il suo finale ma anche il suo inizio. Tutto questo è chiaro osservando i suoi velieri, non hanno albero maestro, né quelli di trinchetto, mezzana. Le sue vele però sono spiegate e gonfie di un ventoche rende vaporoso il fondo, e non a caso il cielo si fonde e confonde col mare. Potremmo dire che i suoi velieri stiano tornando per parlarci di luoghi e di eventi in cui accadono ancora prodigi che incantano chi sa ascoltare. Oppure si può intuire che i velieri abbiano appena toltole ancore per navigare là dove la poesia è reale comunicazione e le creature sanno colloquiare con il creatore e dar definizione all’infinito. Questa artista, come una sciamana, ha acquisito nel tempo la libertà di una persona consapevole di aver percezione dell’infinito e del trascendente. L’artista – Mariadivenne, ed è ancora, un vero e proprio varco verso l’altrove. Inizia quindi a usare la creatività come fosse un vero rito ed una celebrazione, dipinge figure e soggetti eterei perché si abbia concezione dell’antimateria e di ciò che è visibile pur appartenendo all’impalpabile. Come un’artista del Rinascimento, il dettaglio ed il particolare non sono casuali o frutto dell’estemporaneità creativa, ma il risultato di una narrazione perché l’osservatore possa aver percezione dell’evento, della figura che dalla memoria, tramite l’artista, ritorna nell’immanenza. La narrazione continua poi nei simboli, nelle figure che si muovono come se il gesto non fossefermo, ma potesse continuare oltre quell’attimo pittorico. Nei suoi paesaggi che contengono i soggetti, le tonalità divengono piani che simulano lo spazio ma armonizzano tutto l’insieme come nei bassorilievi di Donatello, dove il fondo scolpito arriva fino all’incisione, creando un continuum tra lo spazio empirico dell’osservatore e quello immaginifico dell’opera.

La tela per lei è anche simbolo del dio che crea la forma, la creatura che con il “Ruah” diviene persona simile agli angeli, simile al suo creatore, di questo è conscia e credente. La sua coscienza diviene così sempre più unita e in armonia col suo inconscio e la sua percezione mediata da una spiritualità vissuta e praticata. Allora ecco che si forma una riflessione sull’ispirazione, su ciò che dall’idea diviene forma, icona. Il suo studio ha approfondito la storia delle religioni, degli uomini e delle entità che hanno segnato le comunità umane dalla preistoria alle Chiese Cristiane. Studia la teologia e chiede la guida di un padre spirituale perché il suo percorso poetico – pittorico abbia la consapevolezza che deriva da un cammino di fede vissuta. Ma c’è un argomento che è necessario considerare: in lei è presente e vivida l’essenza di unDio creatore che è amore, e tramite gli artisti manifesta la sua predilezione per le creature. L’ Amore è dunque tramite e unione con l’idea, l’idea è Dio che si rivela nella materia visibile, immanente e in quella che l’artista crea. Il soma, il corpo non è materia grezza, ma una sorta di flauto dove il dio soffia, spira il suo spirito e compone il suo suono, la sua danza. Maria Conserva diviene così strumento, il cui suono è schietto, chiaro, spontaneo e stupisce e stordisce chi, ad esempio come me, cerca di razionalizzare tutto e a tutto dare una spiegazione reale. Ma con lei ho imparato che ciò che è reale non sempre corrisponde a ciò che è vero. Per alcuni aspetti lei continua la ricerca che ispirò il fare arte di Gustave Moreau, nato a Parigi il sei aprile 1826 e ivi morto il 18 aprile 1898. Se il pittore realista Gustave Courbet asseriva che fosse inutile dipingere l’invisibile, dicendo “Dipingere gli angeli! Chi hai mai vistagli angeli?!”Gustave Moreau, al contrario, affermava invece “Credo solo a ciò che non vedo e unicamente a ciò che sento”. Moreau, come Maria Conserva, ricerca e si fa ispirare da ciò che può rendere una idea attraverso una immagine, piuttosto che a visualizzare una figura fine a sé stessa. In questo contesto è fondamentale la riflessione sul concetto di Simbolo e sul movimento simbolista che prese l’avvio da Moreau. I simbolisti, in effetti, rappresentarono una branca della cultura che si formò in antitesi con quegli intellettuali che promuovevano la superficialità e il materialismo imposti da una certa borghesia che dominava la seconda metà dell’ottocento. È questa una riflessione importante per percepire al meglio il fare arte di MariaConserva. Il simbolista abbandona il culto materiale per dedicarsi allo spirito ed agli aspetti più profondi dell’animo umano, rigettando la volgarità delle masse. Ma se i dipinti di Moreau appaiono come un insieme di eruditi simboli, i quali rendono ardua l’interpretazione del quadro, permettendo comunque all’osservatore di parteciparne, nelle opere di Maria èevidente il suo essere poetessa e la sua lirica diviene colore e movimento, come se il logo avesse trovato la sua espressione nella icona dipinta. È così che l’artista scandaglia l’anima ene apre gli antri, anche i più serrati, perché questa possa esprimersi e rivelarsi. È così che glieventi del vivere, i dispiaceri, il dolore, le gioie, i torti subiti e quelli indotti, la vita e i suoi coni d’ombra più segreti e laceranti, nella pittura di Conserva trovano un senso in una Spiritualitàche perde il suo alone effimero per divenire visibile reale e palpabile. Particolarmente affascinante è il sincretismo presente nelle tele di Maria Conserva, attingendo dalla cultura del nuovo testamento, dalla fede cristiana, dal mito classico e dal suo fare poesia. Ogni sua opera è un messaggio che vuol parlare all’anima perché da essa ha origine. È così che si spiega il fatto che Maria, con il suo fare arte, rende possibile la percezione, nel vero e nel reale, della Parusia nella sua radice etimologica greca Parousia – Presenza. Platone concepisce la Parusia come presenza dell’Idea nel mondo dell’immanenza e nella realtà sensibile. Per i cristiani è il ritorno di Cristo nel Giudizio Universale, ma in lei c’è lo studio e la riflessione, come ho scritto precedentemente, sull’Apocatastasi, cioè la ricostruzione del mondo dopo la sua conflagrazione, ma in teologia è anche il ristabilire l’ordine divino inteso come perdono di ogni peccatore (dottrine queste che furono bollate nel553 d.C come eretiche nel Concilio di Costantinopoli).

Questi studi e riflessioni diventano connotazioni, struttura, forma, spazio, cromia, segno e simbolo, sia nei suoi dipinti sia nelle sue composizioni poetiche. Ecco perché molti dei suoi dipinti hanno l’aura di un Déjà-vu, come se l’osservatore sia davanti a una figura che vuole sciogliere il nodo che rende chiuso un racconto che vuol essernarrato. È come se la narrazione dei pittori del XV secolo, come Gentile da Fabriano nell’adorazione dei magi, fosse convogliata nelle sue opere perché chi guarda possa dall’opera ricevere messaggio, racconto, favola e il senso della storia che torna. Ma qui è necessaria una seconda riflessione, che reputo opportuna per comprendere appieno il suo pensiero estetico: per lei l’arte non è l’oggetto, il reperto, non è l’opera in quanto tale, certo è anche quello, ma è soprattutto il flusso che si genera quando si guarda l’opera d’arte finita. L’Arte, quindi, non è qualcosa di prettamente attinente all’elaborato, non è soltanto l’opera come oggetto materiale, sarebbe riduttivo e fuorviante, l’Arte è piuttosto il dialogo che si crea tra l’oggetto e chi lo guarda. In Maria questo flusso si genera anche mentre crea, plasma, colora, quando permette agli elementi e alle entità che hanno nutrito la sua conoscenza di manifestarsi nella sua opera; sigenera quando colloquia raccontando la sua vita, quando narra dei suoi soggetti e della genesi che ha portato a dare immagine all’immaginario. L’Arte è, dunque, un’entità che non ha fisicità, ma è piuttosto flusso, il mezzo, il varco appunto che l’artista attraversa affinché si realizzi quest’evento, questa, oserei dire, “epifania”. È questo il secondo aspetto necessario per entrare nell’estetica di quest’artista. Maria Conserva non qualifica soltanto la materia dipinta, le conferisce piuttosto unafisionomia, un volto, una spazialità, un’aura così che essa diventi qualcosa di diverso da quel che era prima della celebrazione che compie l’artista. Ogni opera d’arte è una sorta di scintilla che trasmette luce, inesauribile; l’artista usa l’oggetto perché si trasmetta un sentimento che solo a lui appartiene. L’Arte è un’energia che sitramanda da millenni, da sempre e per sempre. In questo contesto l’artista che si esprime con il linguaggio figurativo e astratto, nel senso etimologico e storico – artistico del termine, si pone innanzitutto il problema dell’osservazione e del discernimento dei moti dell’anima e delle conoscenze acquisite. Ciò che muove e motiva il suo fare arte non è il dar forma a una particolare musa arcana, né il rappresentare un oggetto che possa essere luogo di una meditazione decorativa, ciò che per lei è motivo di ispirazione è piuttosto la consapevolezza di lavorare in un contesto personale, interiore, spirituale, filosofico – estetico che si esprime e prende voce con la forma, il colore e i moti misteriosi dello spirito nel tempo.

L’obiettivo di questa artista è emozionarsi, commuoversi, coinvolgersi ed emozionare, è lasciare un segno che duri oltre la caducità della materia del tempo e dello spazio immanenti. Ogni suo quadro è un vero viaggio, di cui non saprei dire qual sia la partenza e quale la destinazione. I colori, la materia, il segno e il disegno si aggrovigliano, si intrecciano con le tonalità, si dipanano, rivelando e rilevando, figure, danze, rituali. Per lei il dipingere e il dipinto finito sono ricerca continua di quell’infinito che è indicibile, ineffabile, effimero per molti, ma reale, vero e concreto per gli artisti quando sono Artisti. Qui è necessaria una terza riflessione; se si considera che la parola Poesia ha il suoetimo nel termine latino poesis, in greco TTofrirnç, derivato a sua volta da TT01tw che vuol significare produrre, fare, creare e, in senso più esteso, comporre; se quindi ogni creazione artistica è Poesia che raggiunge il suo culmine quando riesce a coinvolgere chi della poesiaè fruitore, allora Maria è una poetessa, una vera profetessa intesa come vate, la quale elabora, trasforma e qualifica il pensiero fino a rendere l’opera finale un autentico brano poetico. È così che l’oggetto diviene un demone, un angelo, un ponte che permette di arrivare all’incanto e di percepire il sentimento, l’emozione. È questo aspetto che conferma il mistero che permea la vita di ogni artista quando di un Artista si tratta; il caso non esiste, né le coincidenze, esiste piuttosto la provvidenza divina per chi ha fede e dallo spirito si fa guidare oppure la sincronicità teorizzata da Cari Gustav Jung per chi della psiche e degli archetipi preferisce ascoltar le voci. In Maria è evidente una energiache attraversa e permea gli artisti, i quali sono solo un mezzo di trasmissione. Quando le mani stringono matite e poi pennelli, diventano utensili dell’assoluto e coadiuvano questi a dare immagine all’immaginario o all’inimmaginabile.

Mirabile è la sua assonanza con le strutture compositive dei grandi maestri, ne sono un esempio i dipinti che nell’analisi evidenziano riflessioni sul manierismo di Giovan Battista, diJacopo di Gasparre detto Rosso Fiorentino, o di Jacopo Carucci meglio conosciuto col nome diPontormo, fino a giungere al surrealismo di Dalì e alla metafisica di Alberto Savinio pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico. Ed è in questo contesto che mi piace sottolineare questo parallelo tra i suoi dipinti, la loro struttura compositiva e quella che si evidenzia, ad esempio, nella deposizione di Pontormo nella cappella Capponi nella chiesa di Santa Felicita in Firenze e in quella di Rosso Fiorentino, detta di Volterra, conservata nella Pinacoteca di Volterra appunto. Nella prima il Cristo viene deposto da una croce che non c’è, si evidenzia una sorta di vortice che dalle figure in alto giunge fino al giovane che, accovacciato, guarda chi l’immagine osserva, e a destra, all’inizio della centina, il volto d’un uomo barbato si rivolge anch’esso verso l’osservatore. Scrivono che è lo stesso Jacopo che rappresentando sé stesso ha fatto sì che l’opera divenisse varco perché la memoria, il passato, un evento spirituale si manifestasse nel presente, nella realtà e nel vero. Quel vortice, l’assenza della croce, ilsimbolo dei simboli, la presenza del testimone umano come varco, finestra sul presente, sono paralleli riscontrabili direttamente nelle opere di Maria Conserva. Ma è nella deposizione di Rosso Fiorentino che il parallelismo appare evidente, con segni di quella mistica che è appunto unione tra materia e idea, tra creature e creatore. Qui, ancor più che in quella di Pontormo, le linee spezzate delle figure che depongono Gesù, la stessa croce, qui presente e potente, le cromie studiate e non evanescenti come nell’altra, sono asserzioni più che citazioni dirette che si riflettono nei dipinti su carta di quest’artista. Ma è soprattutto il volto di Cristo che sorride felice, quasi beffardo, per una morte della materia ch’è solo per i razionalisti, per chi guarda soltanto il dito e non sa scorgere la luna, per chi decide che è più facile credere al nulla e all’oblio piuttosto che a un Dio spirito che per amore vince la morte, donando alla materia l’eternità. È come se lei fosse, in effetti, un direttore di orchestra che armonizza i vari strumenti affinché la platea abbia sensazioni, percezioni ed emozioni completamente inedite, capaci di entrare dentro e far vibrare poi le ossa.

Ma nonostante quanto abbia visto e veda, quanto abbia cercato di capire, di comprendere e di studiare nel fare arte di Maria Conserva, ancora oggi non so spiegare del tutto quel che lei compone ed evoca, so soltanto che ogni volta che osservo e mi soffermo a guardare le sue opere, riscopro quella sensazione di tangibile e vibrante serenità che si perpetua come se iostesso dall’opera fossi osservato, come una carezza, come il vento che sposta le nubi nella valle dell’uomo davanti a un mare di nebbia di Caspar David Friedrich. Ci sono delle persone che non so definire, sono estranee a ogni catalogazione e straniere in ogni luogo, spazio e situazione. Mai uguali alla massa, mai uniformi al gregge e quando siimmergono nel mare del pensiero comune, spontaneamente, fanno evidenziare il contrasto, ilconfronto e nulla può rimaner com’era dopo il loro passare. Le opere e le poesie di quest’artista confermano questo mio pensare e tuttora, nonostante abbia scritto e continui a scrivere sul suo poetare e dipingere, percepisco che ho ancora qualcosa che devo captare, come se le sue opere debbano guardare me affinché io nel loro infinito possa entrare. Le opere di Maria Conserva sono come un faro o una sorta di panacea, si giunge davanti ad essegrezzi, lordi di mondo, di materia e di materiale, e lei, con semplicità e con la gioia di chi sa guardare oltre e nell’altrove, offre la sua via, i suoi colori, le sue visioni, e davvero beato è chi, dopo tanto navigare, dalla luce del suo faro si fa guidare e dalla sua panacea guarire.

  Prof. Alberto D’Atanasio

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Le opere di Conserva Maria

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