Note d’arte – MADRI D’ARTISTA 

Note d’arte – MADRI D’ARTISTA 

Come gli artisti hanno ritratto le loro madri

di Miriam PANDOLFI

La madre, una tra le figure più cruciali dell’esistenza umana, diventa oggetto d’attenzione, e d’arte, per l’artista che ne è anche figlio. Una delle relazioni più intime e fondamentali diventa motore di un gesto creativo. In una panoramica sullo sguardo che alcuni artisti hanno rivolto alle proprie madri, inanellati in un volo pindarico tra periodi e stili, troviamo ritratti che se da un lato rimandano al bagaglio di concezioni ed espressioni estetiche con cui i loro autori hanno acquisito un posto nel mondo, dall’altro raccontano, a prescindere da qualsiasi visione creativa, un nodo esistenziale profondo e incomparabile: quello dell’artista di fronte a colei che al mondo lo ha messo. Nel gesto familiare e intimo che passa in filigrana in queste figure invertita tra madre (opera creata) e figlio (creatore), trame e fili di varia natura vanno a intrecciarsi. Col- pisce, ad esempio, la somiglianza che ritroviamo tra il profilo della madre dipinta da Albrecht Durer nel 1514 e quello di oltre tre secoli dopo, realizzato da Renoir (1860) per la propria madre. La sincerità dei due figli/pittori coglie l’inesorabilità della vecchiaia ruga per ruga, dettaglio per dettaglio, e dagli sguardi delle due donne traspare un sentimento solo apparentemente diverso: l’angoscia dell’incipiente morte negli occhi della madre di Durer è il con- traltare drammatico della più poetica visione nello sguardo malinconico della madre di Renoir verso la vita che volge al ter- mine. Entrambe queste madri ci inducono a riconsiderare l’idea di una bellezza intrinseca, anche in seno a un soggetto dall’aspetto sgraziato. Sono in un certo senso consonanti anche la madre di Camille Pissarro, ritratta nel 1888, e quella di Georges Seurat, del 1883; opere che seppur datate a pochi anni di distanza, sono state concepite e realizzate dai due pittori quando avevano età molto diverse: Pissarro aveva cinquantotto anni quando dipinse sua madre, men- tre il ritratto che il figlio Georges dedica alla madre Madame Seurat è opera di un ventiquattrenne. E nonostante le diverse età, le diverse tecniche usate e le diverse scelte di colore, i due quadri colgono la figura materna in una sofferta evanescenza molto simile: entrambi i volti che paiono dileguarsi, e – ciò che attira maggiormente la nostra attenzione – l’assenza dello sguardo nel viso delle due donne. Le tre diverse figure materne immortalate da Umberto Boccioni (1909), Giorgio de Chirico (1911) e Egon Schiele (1911) appartengono pressoché agli stessi anni, e sono ritratte da figli che avevano pressoché la stessa età. Un corpo nudo massiccio, ingrossato dal tempo e reso greve dagli anni, immerso in tinte calde, è la rappresentazione che Boccioni sceglie per sua madre, non bella (canonicamente) ma ugualmente ambasciatrice di serenità domestica; più distaccata l’elegante figura in posa tranquilla, sospesa nel tempo e nello spazio, della madre di de Chirico. Decisamente avulsa da qualsiasi sentimento d’amore materno la madre di Schiele, dipinta in orizzontale, sprofondata in un sonno prossimo alla morte, e galleggiante nel totale annichilimento degli affetti: lo stesso artista, che descriveva l’assenza della figura materna devastata dal proprio lutto (erano morti tre figli e il marito, quando Egon era ancora ragazzo), denunciava la portata che tale assenza aveva sulla propria arte e sulla propria fatica esistenziale. Altre affinità si possono rinvenire nel volto della madre di Juan Gris (1912) – artista che con Picasso condivideva oltre che le due patrie, la Spagna d’origine e la Francia d’adozione, la manifestazione dirompente del linguaggio cubista – accostabile anzi quasi sovrapponibile alla madre del britannico David Hockney (1985). In questa raffigurazione il veicolo artistico è radicalmente diverso, si tratta di un ritratto fotografico scomposto, frammentato e rifranto in multipli ritagli, ma le due immagini e le due tecniche di scomposizione della forma e del volto (dove l’opera più remota di Gris appare di concezione più astratta) aprono tra loro un dialogo per ciò che suscitano all’osservazione. Mentre uno iato incolmabile divide la madre di Lucian Freud (1973) da quella di Andy Warhol (1974): se in quest’ultimo la rivisitazione e l’altera- zione dei colori è tale da spersonalizzare l’immagi- ne materna dandole un connotato “pubblicitario”, in Freud è evidente l’intenzione opposta, che lo caratterizza nei suoi molti ritratti, di tradurre una psiche, una storia, un’esistenza, attraverso l’intensità di un gesto pittorico profondamente umano.

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